La mia guida di Parigi 2026: i posti che non tradiscono, quelli che mi hanno deluso e i “coup de cœur”.
« Paris est toujours Paris. »
Dal 2011 non ho saltato un anno, almeno fino al 2025 — l’anno in cui ho lavorato più di qualsiasi altro anno della mia vita, fatto traslochi, preparato un TEDx, preso per mano la salute delle mie gambe. Nel 2025 Parigi non l’ho neppure immaginata, ma talvolta ne ho percepito l’assenza a causa di qualche foto che iPhone teneva tanto a mostrarmi, con un tempismo imbarazzante nei momenti più sbagliati. Preferisco da sempre essere libera di scegliere quando guardarle.
Sul mio hard disk ci sono 4.257 foto solo della Ville Lumière, più 8 cartelle sulla Borgogna, 3 sulla Normandia e via discorrendo sul resto della Francia. Non ne faccio orgoglio da collezionista — mi hanno sempre generato un certo disagio quelli che catalogano le cose — la considero più una mappa emotiva costruita con dedizione nel tempo e aggiornata anno dopo anno. Sulle mie mappe Google ho una nutrita lista di bandierine blu piantate: alcune sono ben radicate nel suolo, altre nel tempo sono state estirpate. Fieramente dico che è un documento vivo, alimentato da articoli di voci affini, da info carpite in qualche reel che racconta qualcosa di non già sentito e dagli scambi di vocali con amici e colleghe affette dalla mia stessa sindrome francese. Quando sei malata di una città così, le voci simili le riconosci a distanza — anche con qualche regione italiana di mezzo. Insieme si trova meglio, si seleziona con più precisione e si sbaglia decisamente meno.
Quello che segue è la mia Parigi 2026, divisa senza diplomazia tra ciò che PER ME vale davvero, ciò che ha smesso di essere un punto nella mia mappa e ciò che probabilmente continuerà ad esserlo ancora a lungo.
I POSTI DEL CUORE A PARIGI — QUELLI CHE NON SI TOCCANO!
« Il y a des lieux qu’on n’oublie pas. »
Stohrer — 51 rue Montorgueil, 2e
La pasticceria più antica di Parigi, aperta nel 1730. Non ha bisogno di aggiornarsi o di rendersi più instagrammabile… semplicemente perché non è mai invecchiata. Sono eternamente vecchi. Si entra il più delle volte dopo una leggera coda (che diventa importante durante il periodo invernale) si guarda il soffitto dipinto di Nicolas Lancret, si ordina il Saint-Honoré monoporzione, si “ruba” un mendiant in cassa in attesa di strisciare la carta.
Un conto non esiguo, eh, però ormai meno di di 7 euro a monoporzione è raro trovare nella capitale francese.


Pain de Sucre — 14 rue Rambuteau, 3e
Sempre in splendida forma, sebbene abbia sempre la stessa forma, fatta eccezione per la boutique salata che si è rinnovata.
Non ha mai tradito la sua essenza, pure la scarsa simpatia. Ci ho dedicato articoli, ho rifatto le sue ricette. Un vecchio amore scoperto tanti anni fa in compagnia del mio “vecchio Amore”. Una delle poche pasticcerie parigine in cui la qualità non ha mai ceduto ai ricatti della fama social. Ci torno come si torna da un vecchio amico di cui conosci la serietà… certa di non restare delusa.
Des Gâteaux et du Pain — Claire Damon — 89 rue du Bac, 7e / 63 boulevard Pasteur, 15e
Lo chausson aux pommes di Claire Damon è per me tra i migliori di Parigi: la sua sfoglia è leggerissima e croccante e la farcitura di mele si caratterizza per quell’equilibrio preciso tra dolcezza e acidità che solo chi conosce davvero questo pezzo della pasticceria francese sa costruire. Non che il resto sia dimenticabile, preme dirlo? Tutto merita, ma se bisogna scegliere…questa è un perfetto inizio. La puoi degustare in un parco poco lontano da lì, su una panchina come ho fatto io.





Union — 2 rue Bleue, 9e / 149 boulevard de Charonne, 11e (ne ho parlato anche qui)
Boulangerie dall’anima contemporanea, minimalista e undeground — quasi da Piccadilly, per intenderci — con farine locali e una selezione curatissima. Non bisogna aspettarsi calore umano al banco: sono sbrigativi, le belle donzelle parigine quasi seccate a volte innanzi alle tue richieste di chiarimenti e poco inclini a spiegarti. D’altra parte non facessero così le code si formerebbero in fretta, o almeno questa è la spiegazione che mi do. Ma lo chausson aux pommes e la tarte aux pommes con base alla mandorla prendono il premio assoluto nella categoria. Per me, naturalmente. La base sfoglia è caramellata, croccante, le mele finissime, la crema di mandorle ben dosata. Per me un piccolo capolavoro. 4 euro da dividere comodamente in 2.
Ci torno ogni anno. Ci tornerò.



Bontemps — 57 rue de Bretagne, 3e
Un amore così grande di cui ho parlato svariate volte. Un piccolo nido, un atrio sognante che si apre su una sala da tè che sembra un raffinato salotto parigino. I sablés — dorati, farciti con ingredienti d’altissima qualità — sono piccole opere d’arte. Il flan, scoperta recente, merita una menzione a parte. Da visitare insieme al Marché des Enfants Rouges.
Marché des Enfants Rouges — 39 rue de Bretagne, 3e
Il mercato coperto più antico di Parigi, fondato nel 1615. Ci si va a pranzo, si mangia in piedi o seduti vari tipi di cucine su qualsiasi sgabello disponibile (introvabile), con il burro messo a piramide sui banconi accanto alle baguettes. Situato in uno dei quartieri più vivi e allegri della città per me è il posto che non puoi perdere di visitare a Parigi insieme al D’Orsay.
Il nome attuale deriva dall’orfanotrofio fondato da Margherita di Navarra, sorella di Francesco I, i cui piccoli ospiti indossavano uniformi rosse — simbolo della carità cristiana. Negli anni ’90 era talmente fatiscente che si progettava di abbatterlo per farne un parcheggio. Commercianti e abitanti del quartiere lo occuparono fisicamente per salvarlo, dormendoci davanti. Il mercato fu quindi restaurato e riaperto nei primi anni 2000. Nel 2024 è entrato all’ottavo posto nella classifica dei dodici migliori mercati del mondo secondo i Food & Wine’s Awards.
Vins des Pyrénées — 25 rue Beautreillis, 4e
Non sono mai arrivata a Parigi con l’idea di mangiare un croque-monsieur. Troppo facile da fare, mi arrangio; in fondo è solo scelta di grandi ingredienti e assemblaggio e se mancano i primi il resto non ha senso.
Eppure questo storico bistrot fondato nel 1905 ha una versione al tartufo nero che spariglia le carte: un buon pane tostato (pur con la crosta che io tolgo), del prosciutto di qualità, besciamella arricchita con tartufo, Comtè in generosa quantità e gratinatura perfetta. Viene servito con della foglia di quercia su tavole in vecchio legno scuro. Senza tovaglia, sia mai. Io lo faccio meglio (a detta dei presenti) ma resta una di quelle buonissime cose semplici fatte ancora con serietà. E d’altra parte per 22 euro mi sembra anche il minimo.
Kubri — Cucina libanese 108 rue Amelot, 11e
Il mio cuore qui batte forte (ma prenotare per tempo – mi raccomando!)
Se guardi chi lavora in cucina un po’ ti spaventi: belli, sorridenti ma… se sono maggiorenni, te lo chiedi.
Una brigata giovane, giovanissima, prezzi accessibili e una qualità che non ti aspetti. Per chi ama lo stile Ottolenghi e cerca qualcosa di autentico fuori dal circuito turistico, è una risposta azzeccatissima! Cucina libanese d’antan rivista con tecnica contemporanea — mezzé generosissimi, consistenze studiate, abbinamenti di spezie e sapori inaspettati. Il pollo con toum e limone nero, il cavolo con burro all’Aleppo e sottaceti di albicocca, l’halloumi kataif con miele piccante. Costine di manzo brasate alle spezie e un hummus che ti spalmeresti anche in faccia. Mattonelle smaltate, intonaco grezzo, cocktail al sumac e acqua di fiori d’arancio. E riesci pure a digerire.
Il tipo di posto in cui mangerei tutte le sere — e per me non esiste complimento più alto.





L’Ami Jean — 27 rue Malar, 7e
Una vecchissima storia d’amore nata stanti anni fa leggendo le guide di Ducasse, di cui lo chef è grande amico. Siamo a due passi dalla Torre Eiffel. Cucina basca, porzioni generose e un’atmosfera da osteria fuori dal tempo. Il tipo di posto che non cambia perché non ne ha decisamente bisogno, frequentato da parigini raffinati e borghesi ma anche goderecci, che non si infastidiscono se il loro gomito si scontra col tuo mentre tagli l’animella. Anzi, due chiacchiere ci scappano sempre. Si comincia sempre con cetriolini e terrina di foie gras, che tu lo voglia o no. Il mio classico intramontabile.



E. Dehillerin — 18 rue Coquillière, 1er
Non è un negozio: è un’istituzione. Aperto nel 1820, nei pressi di Les Halles. Pentole in rame, coltelli affilati come rasoi, stampi, casseruole, spatole di ogni forma immaginabile — tutto su scaffalature in legno che sembrano ferme agli anni d’oro della cucina francese. Ogni volta che entro mi sembra di tornare in un’epoca in cui qualità e durata erano valori, non argomenti di marketing. Il primo amore parigino – di cui scrissi per la prima volta nel 2011 – non si dimentica mai.
LE SCOPERTE 2026 — LE NUOVE ENTRY CHE RESTANO
« Ce sont les imprévus qui font les meilleurs souvenirs. »
La Panifacture — 104 rue Saint-Maur, 11e
La rivelazione di questo viaggio. Aperta nel 2024 da Chris Machado — ex mondo della moda, riconvertito alla farina con la devozione e la serietà di chi cambia vita sapendo perché lo vuole fare. Un locale stretto e luminoso dai tratti scandinavi, in cui si lavorano farine antiche sotto gli occhi di chi passa. Ci sono arrivata deviando dal mercatino del sabato di Avenue de la République: mi ero segnata che il loro pain suisse meritava e così è stato. Ma la vera sorpresa è stato il flan: base più croccante e asciutta di quella di Grolet, una sfoglia perfettamente asciutta alla base. Meno cremoso del più celebre nel cuore, forse — ma tecnicamente impeccabile. Anche il chausson aux pommes è stupendo. Uno di quei posti dove devi proprio voler arrivare, perché leggermente fuori mano — e per questo vale doppio. Più info qui.



Comme a Lisbonne – 37 Rue du Roi de Sicile Marais
Per i migliori pastéis de nata che troverete fuori dal Portogallo.
Manteigaria è il primo indirizzo aperto dalla storica insegna portoghese fuori dai confini nazionali. I pastéis escono dal forno tutto il giorno, tiepidi, con quella crema che trema appena sotto una superficie appena bruciacchiata, però non li ho assaggiati. Invece ho provato quelli di Comme à Lisbonne: la ricetta è quella originale di Belém e si sente. Golosissimi, nessun sentore di uova bruciate, deliziosi. Non sono francesi ma sono migliori di tantissime versioni mangiate a Lisbona.


Utopie — 20 rue Jean-Pierre Timbaud, 11e
Una boulangerie artigianale che lavora su base di lieviti naturali e fermentazioni lunghe — una scelta di metodo… non di marketing, gradie a Dio. La millefoglie meritava davvero: i 3 strati di sfoglia messi a ferro di cavallo sono geniali. Ne abbiamo fatto 4 bocconi in 4. Chi più chi meno. E non pensate di riuscire a mangiarne una da soli.





La Parisienne — Mickaël Reydellet — 12 rue du Faubourg-Poissonnière, 10e
A marzo 2025 Mickaël Reydellet ha vinto il Grand Prix de la baguette de la Ville de Paris — un titolo che aveva già conquistato nel 2016 — diventando fornitore ufficiale dell’Eliseo per un anno. Reydellet ha aperto il suo primo negozio nel 2006 e oggi gestisce nove boulangerie, sette a Parigi e due in Normandia. La baguette, in tutta onestà, non l’ho assaggiata, ma in vetrina c’era una millefoglie che avrei dovuto fermarmi a comprare e non l’ho fatto. Uno di quei rimpianti minori di questo viaggio ma non trascurabili. È sulla lista per il prossimo anno — insieme alla baguette, questa volta.

Kodawari Ramen — Marais
Ramen di sardine, gyoza aperti al vapore, un’ambientazione che ricrea un porto di pescatori giapponesi degli anni ’50 anche a livello acustico e che nella sua finzione rischia di diventare quasi ridicola. Quasi. Eppure… chissenefrega.
Il miglior ramen che ho mangiato ad oggi dopo quello di Slurpramen a Copenaghen. Non inferiore, diverso. Il brodo di sardine non è mica roba da tutti, i noodles sono gustosi, ogni parte del ramen ha un suo perchè.

Baan Pad Thai — Marais
Un pad thai buono, con un manzo sopra davvero di qualità, migliore di tante blasonate “tagliate” italiane. L’insalata di papaia verde originale e davvero gustosa. Non rivoluzionario ma economico oltre che ben fatto. E soprattutto… digeribile. Accoglienza sorridente e familiare.
I SEMPRE SOLIDI
Cédric Grolet – Operà
Il can can generato intorno a sua maestà mi ha un po’ stancata… come le sue monoporzioni: estremamente costose, opulente. Quel genere di dessert che metti in bocca e pensi di voler dividere perché troppo. Però ora vanno di moda e – comuqnue – sono incredibilente belli. Ma la sua viennoiserie… è di un altro mondo; terribilmente perfetta.
Il croissant per me resta irraggiungibile, il flan cremoso e profumato di latte con quel bordo caramellato che scricchiola sotto i denti nonostante l’anima alla base leggermente umida (che quello de La Panifacture non ha). Se poi riesci a raggiungerlo senza trovare la fila — come è capitato a me questa volta — l’appagamento è doppio.
Sì, quello che vedete in foto l’ho acquistato e assaggiato in varie puntate.




















Galeries Lafayette Gourmet — 40 boulevard Haussmann, 9e
Una sosta sempre utile per vastità di selezione — il posto giusto per chi non ha tempo di girare come un pac-man per la città e vuole trovare tutto sotto lo stesso tetto. Quest’anno l’ho trovato un po’ stanco: le cose già viste cominciano a pesare e quella sensazione di déjà-vu davanti alle vetrine è difficile da ignorare quando il tuo parametro di riferimento è cambiato nel tempo. Resta un riferimento pratico e un buon punto di partenza per chi sta costruendo la propria mappa parigina.





La Grande Épicerie — 38 rue de Sèvres, 7e
Un mondo a sé. Sotto i piedi di chi passeggia tra i banchi, 1.500 metri quadri di laboratori dove ogni giorno lavorano panettieri, pasticcieri e cuochi — tra cui Meilleurs Ouvriers de France. Guardare un pasticciere assemblare una millefoglie o un cioccolatiere modellare tavolette su ordinazione fa parte del piacere della visita. L’angolo pasticceria ha qualcosa che mi incanta sempre, in tutte le stagioni. La millefoglie per me resta buona, forse un po’ carica ma tecnicamente perfetta. Soprattutto la trovi sempre pronta, sempre fresca, sempre all’altezza. Un posto da visitare, sempre — anche solo per godere dell’opulenza del mondo enogastronomico (e non solo).



LE DELUSIONI — SENZA UN BRICIOLO DI DIPLOMAZIA
« Tout ce qui brille n’est pas or. »

Jeffrey Cagnes
14 euro per due caffè, un pain au chocolat e un flan che sapeva di uovo (o freschin, per chi mi capisce). Forse neanche tanto in realtà ma te li ricordi perchè non li valgono. Nessuno dovrebbe campare di rendita sul proprio nome, men che meno in pasticceria.
Philippe Conticini — Galeries Lafayette Gourmet
Su Conticini ho sempre aspettative alte — troppo alte, forse, ma me le sono guadagnate nel tempo. Negli anni passati ho assaggiato ottime creazioni come il Paris Brest e il Flan (prima di scoprire quello di Grolet). Lo chausson aux pommes et poire nel suo corner a Le Galeries Lafayette Gourmet mi aveva sedotta perché era originale: un fazzoletto di sfoglia promettente dalla forma originale e curata con una doratura che fa ben sperare. E invece dentro “panoso”, gommoso, con un ripieno che non convinceva né per consistenza né per equilibrio. Una delusione non banale — proprio perché da lui non te l’aspetti. E le delusioni inaspettate pesano il doppio.








Fou de Pâtisserie
L’idea mi piace ancora — una selezione rotante di pasticcieri diversi sotto lo stesso tetto è concettualmente interessante, soprattutto se non hai tempo di girare la città in cerca di chicche. Eppure quest’anno tranci spenti, non freschi, stancamente esposti. Troppa distanza tra la promessa e il contenuto della vetrina.
Boulangerie Michalak e Léonie
Erano sulla lista ma le bandierine blu ora non ci sono più.
Da Michalak il pain au chocolat è finito dritto nel cestino dopo due morsi — e non è una cosa che faccio volentieri.
Da Léonie abbiamo ordinato sette pezzi misti di viennoiserie. Uno peggio dell’altro, sfoglia cruda, zucchero oltre il necessario. Il bello — si fa per dire — è che la coda c’era lo stesso. Se ci fosse stata quando sono arrivata, me la sarei schivata e avrei preservato stomaco e umore. A volte la fila è un segnale e a volte è solo un effetto moda. Sicuramente imparare a distinguere le due cose è parte del gioco…
Davanti a Leonie però si gode di una meraviglioso scorcio sul Sacro Cuore.


DA PROVARE — SULLA LISTA PER LA PROSSIMA VOLTA
Ci sono posti che non ho raggiunto ma che restano bandierine piazzate sulla mappa, segnalate da voci di cui mi fido ciecamente.
Enrico — su Instagram @Grapecircus — amico veneziano ma giramondo, palato raffinato e persona di grande stima — mi segnala cinque indirizzi su cui scommetterei senza esitare: Vantre, ristorante francese di garanzia, preferibile a pranzo per l’ottimo rapporto qualità prezzo; Sur Mer, pesce e materia prima seria con una gestione giovanissima ma impeccabile; Rigmarole, cucina con cenni asiatici di altissimo livello; Brutos, celebre per il suo pollo arrosto; Clamato, Septime e Le Bon George, super classico francese che non ha bisogno di presentazioni. Les Résistants per una serata francese vera con produttori selezionati e una cucina che racconta molto il territorio.
Emanuela — @ladolcepeonia — mi manda invece da Benoit Castel a Ménilmontant per il brunch, in uno dei quartieri più autentici e meno turistici di Parigi. Conferme che mi arrivano da più parti. Non ci sono riuscita, ma la bandierina è piantata.
Da Mamiche boulangerie la fila era più lunga della ragione. Ho girato l’angolo. Forse la prossima volta andrà meglio.


UN POMERIGGIO NEI PASSAGES — da rue Choron al Marais
« Paris se mérite à pied. »
Da rue Choron, dove ho alloggiato, si costruisce uno dei pomeriggi più belli che Parigi sappia offrire — senza musei, senza spese e soprattutto SENZA FILE. I passages couverts ti portano fin quasi alle porte del Marais divertendoti: gallerie pedonali coperte da verriere in ferro e vetro, costruite tra fine Settecento e metà Ottocento. Ne esistevano una trentina e quelle che restano oggi sono tra i luoghi più singolari e più divertenti (per me) della città.
Si scende verso i Grands Boulevards e si comincia: Passage Verdeau — antiquari, stampe, librai senza sorriso; Passage Jouffroy — il più vivo, con il suo pavimento in mosaico e la luce obliqua; Passage des Panoramas, il più antico caotico e autentico (presente anche Stern Ristorante dei f.lli Alajmo, incredibile) . Poi la Galerie Vivienne, la più elegante — mosaici, decori neoclassici e una luce d’oro che l’attraversa nel pomeriggio. La Galerie Colbert con la rotonda a cupola e poi il Passage Choiseul, il più lungo e popolare. E infine la Galerie Véro-Dodat: intatta dal ’26 con colonne a finto marmo, lampioni in ottone, pavimento bianco e nero.
Da lì, il Marais è a dieci minuti.












DA VEDERE ORA — PERCHÉ PARIGI NON È SOLO DA MANGIARE…
Bourse de Commerce — Collezione Pinault — 2 rue de Viarmes, 1er
Un palazzo con una storia lunga e stratificata: da dimora reale a granaio, da piazza finanziaria a museo d’arte contemporanea. Fu Caterina de’ Medici, nel Cinquecento, la prima regina a lasciare il segno qui — ancora visibile nella colonna astronomica che svetta accanto all’edificio. Oggi è Tadao Ando a firmare invece l’intervento di ristrutturazione: cemento nudo definito da un rigore assoluto, una struttura nuova che dialoga con le pareti circolari originali senza mai sopraffarle. La cupola di vetro inonda tutto di luce naturale — e lo spazio, da solo, vale il biglietto. La mostra non mi ha convinta: troppo astratta e concettuale per una classica come me — fatta eccezione per Mann, che con i suoi chiaroscuri sporcati di verde fastidio mi ha emozionata. Ma l’architettura quella sì, merita ogni minuto. Ottimo anche il caffè all’ultimo piano, visto che ci siamo.
Mostra su Lee Miller — Musée d’Art Moderne, quai de Tokyo
Per chi ama la fotografia, il Novecento e la narrazione di una donna che ha rifiutato il ruolo che le era stato assegnato.
Miller è tutto questo insieme.


L’ALLOGGIO — RUE CHORON 5, 9E
Le 9ème arrondissement è uno di quei quartieri che i parigini conoscono e i turisti attraversano senza fermarsi. Buon per me. Rochechouart e i suoi dintorni hanno quella vivacità di quartiere vero con mercati, bistrot, panetterie di vicinato, gente che vive davvero lì ma senza la saturazione spasmodica e agitata del Marais né il caos di Montmartre, che è a due passi ma sembra un altro pianeta. Rochechouart risulta defilato quel tanto che basta per respirare. Geniale per posizione: a piedi dai passages, dai Grands Boulevards, da Pigalle, dall’Opéra.
L’appartamento di rue Choron è una rarità nel senso più letterale del termine: due camere, spazi generosi e un terrazzo bellissimo. A Parigi, dove i metri quadri si contano con l’ansia, trovare tutto questo insieme — e in un quartiere così — è per me una vittoria. Volevo tenerlo segreto, ma a chi viene qui per leggermi sono felice di confidarlo.
Lo gestisce Eugenio Bittencourt. Mi ha detto che posso dare il suo riferimento ai miei amici 😉 e così faccio. Contattatelo su Instagram @eugeniobittencourt oppure scrivetemi per avere il suo whatsapp.




UN’ORA PER SÉ — MONICA E LO SHIATSU
Tra una boulangerie e l’altra, un consiglio che vale quanto tutti gli indirizzi messi insieme.
Monica è un’amica, un’anima dolce, prima che essere una conterranea in terra straniera. Vive e lavora a Parigi da diciassette anni. Fa massaggi shiatsu/energetici con una precisione e una profondità che non ho trovato altrove — il tipo di trattamento dopo cui esci e il corpo ha resettato qualcosa che neppure immaginavi di dover sistemare.
Una rivoluzione nel senso proprio del termine.
Se avete voglia di ritagliarvi un momento per voi tra un pranzo e una visita, Monica riceve all’Atelier de Massage, zona Torre Eiffel.
Il suo account Instagram è @solina.massage — scrivetele, vale ogni minuto.
« Paris vaut bien une messe », diceva Enrico IV.
Io direi che vale molto di più. Qui ho messo una sintesi di ciò che appartiene alla mia mappa ma due giorni di lavoro sul blog a scopo divulgativo gratuito al momento sono tutto ciò che posso concerdermi.
Parigi vale ogni anno, ogni fila evitata, ogni mappa aggiornata, ogni vocale mandato per sapere di più e per capire di più. E vale, soprattutto, un prossimo ritorno.
Hai domande su uno degli indirizzi?
Scrivimi su Instagram!




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