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Torta rovesciata alle pesche e more

4 July 2021
Torta rovesciata alle pesche e more

E mi ritrovo a dieci giorni dall’inizio dell’estate a parlare di Primavera, col mio solito tempismo in slow-motion. Ho riflettuto se fosse il caso di lasciarla andare senza fare rumore sulle pagine di questo diario digitale, ma qualcuno che l’ha vissuta al mio fianco mi ha fatto notare che se c’è una cosa potente nell’atto del cambiamento è che questo può essere d’ispirazione per qualcun altro e, la mia primavera, d’altra parte, questo è stata: cambiamento.


Trovo curioso che il primo grande cambio di passo nella mia vita sia avvenuto esattamente 3 anni fa: nel luglio 2018 mi licenziavo e lasciavo un mondo conosciuto per provare a concretizzare un sogno, vivere  della mia creatività, del mio sapere e del mio saper fare.
Esiste forse una ciclicità in queste fasi oppure è la maturità che porta a definire cambiamento degli eventi che in gioventù siamo portati a liquidare come “tappe”?
Di quella prima grande svolta nella mia vita ho raccontato nelle pagine di introduzione al mio libro e, proprio in relazione a quelle pagine, ho raccolto i riscontri più sentiti ed emozionati da parte dei lettori. 
Ricordo ancora il messaggio ricevuto da una ragazza qualche giorno fa: “Pagina 17-18-19 in loop totale. Lacrimoni, senso di comprensione: come mi sento capita da quelle pagine, da te”.  
La più grande ricompensa che questa pubblicazione mi ha dato è stata proprio il dono magico dell’identificazione: parole grate di persone che sentono scorrere sotto la pelle quello stesso fermento e desiderio di trasformazione che ho avvertito io nel 2018 ma che ancora non hanno la forza, il coraggio o anche solo la disponibilità mentale per affrontarlo. 

È stato proprio nella primavera di quell’anno che iniziai a prendere seriamente in considerazione i messaggi che il mio corpo mi stava dando. La strada che percorrevo da anni mi aveva fatto ammalare, non c’era luce nel cammino, solo preoccupazioni e proiezioni negative sul futuro. 
Con un gesto convinto recisi tutto, qualsiasi corda mi tenesse legata ad una dimensione che non riusciva a donarmi serenità: d’altra parte per debellare un male non basta curare il sintomo, bisogna eliminarne la causa. 
Non fui dunque un’eroina, quanto più un essere umano che era stato colpito da una grande scossa. Potevo fingere di non capire oppure capitalizzare la fortuna di aver ricevuto un avvertimento non letale.
Optai senza esitazioni per la seconda strada. Qualche mese dopo il cambiamento si era compiuto: il buio era sparito e nuovi spazi in cui dare forma alla quotidianità si delineavano.  
Parlare di cambiamento nel libro e ancora oggi, qui, su queste pagine, non solo è liberatorio e gratificante per me che l’ho rincorso e poi vissuto, ma credo possa rappresentare anche un atto contagioso, un supporto emotivo, una spinta all’azione per chi lo ha relegato al paradiso dei sogni e tuttavia non smette di cercare funi cui aggrapparsi per provare a raggiungerlo. 
Un secondo ciclo di cambiamenti è avvenuto proprio nella Primavera di quest’anno: non di certo una casualità. L’etimologia della parola Primavera nasconde una considerazione maestosa: questa stagione è inizio, è luce, per la natura intera e per noi esseri umani. Forse non esiste segno più chiaro di rinnovamento, risveglio e rinascita: qualcosa muta intorno a noi e dentro di noi durante questo quarto di tempo così delicato e puro che appartiene al ciclo delle stagioni. E se a febbraio ero una gazzella un po’ appesantita e dalla lacrima molto facile, a giugno mi sentivo una torella con le braccia un po’ più forti e l’intestino più felice. Cos’è accaduto in questi mesi?
Qualcuno scriveva “Ami il cambiamento? Cambia tre abitudini all’anno e otterrai risultati fenomenali.”.
Ecco, oggi vi racconto le tre nuove abitudini che hanno aggiunto del buono alla mia vita.

Lucia Carniel L'Ultima Fetta

Marzo – in movimento
Ho sempre concepito lo sport come qualcosa di estremamente faticoso, molto più che divertente. Non ho mai sentito questa urgenza di sfogarmi, di sudare, di accasciarmi al suolo per liberare endorfine che potessero procurare euforia al mio corpo. Pur avendo svolto diversi sport in gioventù, dalla ginnastica artistica, al pattinaggio sul ghiaccio, al nuoto, non mi sono mai sentita una sportiva: non lo sono nell’animo e sono piuttosto certa che mai lo sarò. Lo dico con rammaricata onestà.
So sciare, pratico un buon dorso, ma non ho mai dato continuità all’attività fisica. Per me c’è sempre qualcosa di più interessante da fare, di cui occuparmi, da leggere, da vedere, piuttosto che infilarmi le scarpe da ginnastica e faticare.
Esiste una regola più o meno amata per la quale se si desidera raggiungere un determinato risultato si deva, per forza, sacrifici. Il motto è: “Se sputi sangue ottieni quello che vuoi.”, oppure, per dirla alla sportiva, “No pain, no gain.”.

Roselline

Ecco, io sono colei che tiene il sedere incollato alla poltrona fino a tarda sera per chiudere un testo, per completare l’editing di una sessione fotografica, per verificare che ogni singolo passaggio di una ricetta scritta sia corretto: questo sacrificio lo capisco, lo accetto, lo porto avanti come una missione. Ho confidenza con il concetto di sacrificio, purché che sia mentale piuttosto che fisico. Credo dipenda dalla mia devozione incondizionata al lavoro.
Sentire invece il fuoco nei muscoli è un desiderio che non ho mai sentito, neppure per un fine superiore che si chiama benessere
Ricordo però che un giorno dello scorso febbraio, stanca e sola sul divano con il mio piatto di pasta sulle ginocchia, scrollando Instagram l’occhio mi cadde su una bella rossa i cui lineamenti evocavano un volto noto. Era Noemi, o meglio, era una nuova Noemi, fasciata in un abito bianco che valorizzava le sue nuove forme. Raccontava di essere cambiata lavorando sodo, non facendo diete miracolose. 
Decisamente credibile, pensai. Fu come una folgorazione: quello stimolo ad agire era dentro di me da qualche tempo, ma non ero sufficientemente motivata o pronta a dargli ascolto.
Presi il telefono in mano ed inviai quel messaggio che mai mi sarei sognata di digitare ad un personal trainer online: “Ti va di seguirmi? Non so se ce la farò ma, se non comincio, mai lo saprò.”.

Margherite

E così, in un freddo giorno di metà febbraio, mi sono infilata una megafelpa e ho aperto una finestra del pc su un mondo che avevo sempre ignorato.
Lezione dopo lezione ho cominciato familiarizzare con quello che ritenevo un discorso noioso, ossia che il mio corpo non è fatto per mangiare e stare seduto su una sedia e che le lunghe ore trascorse seduta hanno impatto sulle mie forme, sul peso, sulla postura e sulla durata della vita. 
La vera rivoluzione che riconosco di aver portato avanti, però, non è quella di riuscire a ritagliarmi, ormai da 4 mesi, 2-3 ore a settimana per rendere il mio corpo più forte e maggiormente capace di “resistere agli urti della vita”, ma aver compreso che, per fare qualcosa che da sola non farei, chiedere aiuto e supporto può essere l’unica soluzione. 
Ho capito che esiste un metodo, una strada per ognuno di noi per avvicinarci a qualcosa che non è nelle nostre corde, perché le azioni imposte non hanno alcun senso e, soprattutto, non durano se non vengono comprese e accettate.
Avere qualcuno con cui parlarne, che mi motiva, che mi ricorda in ogni occasione quanto importante sia dedicarmi del tempo, che mi aiuta a non soprassedere e che è presente per costruire questo cambiamento passo dopo passo, insieme, si è tradotto in un risultato di grande valore: trasformare un gesto occasionalmente utile in un’abitudine sana. E ciò che ho fatto con costanza in tutti questi mesi, oggi lo vedo e lo sento: nelle braccia, nella disinvoltura con cui affronto certe passeggiate sui monti, nella serenità con cui affronto impegnative sessioni di shooting salendo e scendendo dalle scale.

La strada per l’indipendenza è ancora lunga, ma chi mi supporta in questo cammino dice che crederci è l’unica via per percorrerla con successo.

Gatto

Aprile – a tavola
Non ho mai avuto un’alimentazione sregolata a tavola e di questo so chi devo ringraziare: mia madre non mi ha allevata a merendine e Coca-Cola e mai abituata a primi piatti eccessivamente conditi e secondi elaborati.
Sulla tavola non sono mai mancate frutta e verdura. Eppure, dall’età di 16 anni, almeno una volta l’anno, comincio un regime di riduzione del peso. 
Dopo 25 anni di diete di qualsiasi genere ho raggiunto la consapevolezza che il vero problema per me non è mai stato sapere cosa mangiare o come evitare il junk-food, quanto piuttosto considerare il cibo valvola di sfogo per canalizzare le emozioni, positive o negative che fossero. 
Ora, guardandomi alle spalle, mi dico che, forse, al posto del nutrizionista, avrebbe avuto più senso affrontare certe tematiche con una psicologa. Comunque sia, se avrebbe funzionato, ora non lo posso sapere.

Poi, qualche giorno successivo all’ultima Pasqua, il mio personal trainer me la butta lì, tra un piegamento ed un tricep dip: mi dice che vorrebbe aiutarmi ad abbandonare queste routine di saliscendi di peso: “Gli appuntamenti pre-bikini non servono a nulla, ti privano della gioia di vivere, della convivialità, della normalità ma, soprattutto, non costruiscono un’abitudine sana. Cosa impari riducendo il tuo corpo a mangiare quasi nulla e magari cose che non ti appagano? Quanto puoi sostenere questo ritmo? Io credo sia più facile chiedere a qualcuno di cambiare la sua religione, piuttosto che abbandonare il suo modo di alimentarsi. Per questo le diete ferree non funzionano quasi mai nel lungo termine, se non sono accompagnate da un cambio di approccio. Questi sacrifici portano quasi mai a nulla di duraturo.”.
E come dargli torto, visto che a 40 anni suonati ho lo stesso tran-tran di 20 anni fa.
Lo lascio fare, lo lascio dire e cerco di capire: non vuole, in primis, farmi dimagrire, vuole aiutarmi a stare meglio, a rendere meno agguerrito e rancoroso il mio rapporto con il cibo.
Mi dà alcune indicazioni preziose, le stesse che lui segue da anni e che ha appreso studiando, e mi suggerisce di seguirle, cercando di non stravolgere le mie consuetudini alimentari. 
Mi promette che starò meglio e che, sicuramente, troverò gratificazioni nel tempo anche salendo sulla bilancia. 

Gatto
Fiore di primavera

Per cui apprendo che esistono delle combinazioni alimentari che sono oro per il corpo: per esempio mangiare sempre un’insalata con soli elementi crudi ogni prima di cominciare un pasto (e mai alla fine!) e prima di ingurgitare qualsiasi altro alimento. Scopro che l’olio d’oliva aggiunto alla verdura cruda non viene assorbito dal corpo come invece accade se versato sulla carne. Comprendo che mangiare la frutta di stagione, mai mescolandola, a stomaco vuoto e lontano dai pasti (e mai alla fine!), è un concentrato di micronutrienti ed una fonte di acqua biodisponibile preziosissima per il corpo. Accetto l’idea che il caffè, il mio amato oro nero, non mi dà realmente energia ma la depaupera dal mio serbatoio bello pieno di energie ritrovate durante la notte e che, per non rinunciarci e limitare le perdite, posso berlo aggiungendo un cucchiaino di olio di cocco tra le 9.30 e le 10.30, quando il mio corpo lo tollera più facilmente.
Infine, scarico sul telefono un’applicazione chiamata My Fitness Pal, che mi aiuta a tenere sotto controllo quello che metto in bocca: per perdere peso, in fondo, serve solo una cosa, essere in deficit calorico.
Con il suo aiuto imposto un tetto giornaliero e stilo un piano alimentare che mi consenta di mangiare ciò che desidero, pur non perdendo di vista la soglia che, insieme, abbiamo impostato. 
Ascolto, provo, aggiusto il tiro, modifico senza fretta alcune routine e faccio mie alcune semplici abitudini. 
Le settimane passano tra vecchie consuetudini e nuove pratiche: trasferte, allenamenti, pranzi di lavoro, piatti preferiti e nuove ricette. Il peso, lentamente ma senza fatica, scende, l’intestino è felice, la pancia è sempre sgonfia, l’energia non manca, gli attacchi di fame nervosa non si palesano.
I 58 kg che è convinto raggiungerò sono piuttosto lontani ma, stranamente, questa volta, non sento di avere alcuna fretta addosso.
Mi godo il viaggio senza troppi pensieri.

Lucia Carniel

Maggio – in viaggio, consapevolmente
Spesso mi racconto come una donna che fotografa e racconta storie che legano luoghi, persone e ricette. Poteva mancare, in chiusura di questo percorso di rinnovamento, un viaggio? Non un viaggio inteso come uno spostamento da A a B, ma una sorta di parabola che trova nell’ultima tappa di questo percorso un suo compimento, un senso, una forma di perfezionamento.
Quella nelle Marche, sul finire della primavera, è stata la prima gita fuori porta al termine di quella ineluttabile reclusione domestica. Ho preso per mano mia sorella, la parte più importante e meritevole di attenzioni in questo momento della vita, e insieme abbiamo percorso quella terra incredibile fatta di saliscendi verdi e dolci su cui calano tramonti struggenti. 
Entrambe, anche se con un’urgenza diversa, sentivamo di avere una trasformazione in atto e lì, quel cambiamento, inizialmente respirato tra le stradine vuote e non ancora aggredite dal caldo e dal turismo, è stato poi consacrato.

Ripe San Ginesio
Urbisaglia


Nella vita può capitare di incontrare persone che svolgono lavori difficili, persone che spesso incaselliamo in un ruolo ben definito e che pure, a volte, riescono nell’incredibile impresa di sorprenderti senza fare trucchi, ma solo usando la parola e fornendoti un altro punto di vista. 
Non avevo mai incontrato un medico capace di parlarti come un padre, come un fratello e come un compagno allo stesso tempo. Non avevo mai pensato di poter creare una connessione con una persona mai vista prima e sentire, in sua compagnia, una connessione profonda, una sensazione paragonabile al sentirsi a casa: entrambe abbiamo avvertito questa sensazione mentre eravamo sedute in sua compagnia intorno al tavolo della sua casa di campagna. Quella persona dimostrava un dono particolare: mettere, chi si reca da lui in cerca di risposte a problemi di salute, al centro della questione. 
“Dottore, che cosa devo fare in merito a questo problema?”
“Mi dica prima: lei cosa vorrebbe fare? Cosa ne pensa?”

Non ricordavo quanto fosse bello il suono di quelle parole: raro sentirsi interpellati ad esprimere un parere in merito a qualcosa e, ancora più raro, sentirsi chiedere da un dottore qual è il nostro punto di vista riguardo ai nostri problemi di salute. Siamo stati abituati a credere che sono sempre gli altri a saperne di più, a poterci indicare la strada, ad individuare la soluzione ai nostri mali. Eppure spesso incontriamo medici che, a fronte di un unico sintomo, rispondono con diagnosi diverse e propongono soluzioni diverse. Per quale ragione, allora, il nostro punto di vista non dovrebbe essere ascoltato? In fondo siamo consapevoli di quanto spesso le cure su chi pensa di non poter guarire siano solo acqua fresca. Da sole non bastano, perché, ancora una volta, si limitano a curare il sintomo, non la causa da cui si è generato quel male. 

Portone

Sollevandomi dalla sedia al termine di quella lunga chiacchierata ho sentito alcune zavorre sganciarsi e restare a terra. Immenso è stato il sollievo di confrontarmi su tematiche importanti con una persona che attribuisce valore alla potenza dei pensieri che popolano la nostra mente e che ritiene prioritario sapere da chi chiede il suo aiuto, come sta e cosa vuole realmente, come affronta le paure, quanto è “preoccupato” o quanto piuttosto “occupato” a risolvere un certo problema.
Ecco, forse ciò che più mi è rimasto impresso di quell’incontro è lo spunto a rivedere la profusione di energie con cui normalmente affronto i problemi e il caldo invito ad occuparmi, a prendermi cura piuttosto che preoccuparmi per essi.
Gli studiosi, d’altra parte, lo confermano: il 90% delle cose per le quali ci preoccupiamo, non accade e, se è vero che preoccuparci ci prepara ad affrontare le sfide della vita, è anche verso che spesso questa tendenza della mente finisce per procurarci uno stato d’ansia costante. Iniziare ad osservare le cose da un altro punto di vista, meno apprensivo, meno ostaggio delle negatività…è possibile? Anche in questo caso la risposta è una sola: provare per capire.
Certo è che, tra le tre nuove abitudini, questa forse è per me la più sfidante.

Villa Anitori Loro Piceno

In conclusione, cosa ha rappresentato per me questa primavera?
Probabilmente la consapevolezza della difficoltà di vivere secondo ritmi frenetici generati da una prospettiva corta e la disponibilità ad assumermi l’impegno ad accogliere piccole ma importanti abitudini utili a migliorare il mio oggi e il mio domani. 
Per cui qual è l’augurio che mi faccio e che faccio a chi mi legge? Quello di accettare che le cose possano essere osservate ed affrontate da un altro punto di vista, con una nuova energia, con grande fiducia nelle proprie capacità.
Possiamo cominciare con un passo semplice e per nulla faticoso: con una torta rovesciata alle pesche e more, una massa montata che cela un frutto di stagione lucido e caramellato. Durante la sua cottura non saprete cosa starà succedendo in profondità e, solo al momento di capovolgerla, potreste non rimanere completamente soddisfatti del risultato… tuttavia, se mai la girerete, mai lo capirete.

Ah, è scritto che i fiori possono nascere solo dopo un periodo di forte stress: pare che l’inverno abbia proprio questo scopo in natura. 
Buona fioritura.

Boccioli di rose

RICETTA DELLA TORTA ROVESCIATA ALLE PESCHE E MORE

Torta rovesciata alle pesche e more

NOTE
Per realizzare la Torta rovesciata alle pesche e more ho scelto una farina tipo 00 debole (W200) decorticata a pietra di Grandi Molini Italiani: grazie alla sua consistenza fine è perfetta per realizzare torte soffici ma anche pasta fresca e biscotti. Il procedimento di decorticazione a pietra, inoltre, garantisce il mantenimento dell’autentico sapore del grano.
Puoi usare 200 g di farina oppure optare per una combinazione di farina e frutta secca (come indicato nel procedimento).

Torta rovesciata alle pesche e more

Scegli delle pesche che non siano troppo mature altrimenti in cottura si sfalderanno troppo.
Puoi optare per un solo tipo di zucchero: io preferisco combinare zuccheri diversi che hanno sentori e note gustative diverse fra loro.

Torta rovesciata alle pesche e more

INGREDIENTI E PROCEDIMENTO

PER LE PESCHE CARAMELLATE

65 g burro
70 g zucchero Muscovado (oppure zucchero di canna scuro)
30 g zucchero Dulcita (oppure zucchero di canna chiaro)
4/5 noci pesche non troppo mature

Torta rovesciata alle Pesche

Versa il burro in una casseruola e aggiungi gli zuccheri. Mescola bene con una frusta e lascia uniformare.
Versa il caramello nella teglia ad anello diametro 24 cm di cui avrai foderato la base con carta forno. Imburra l’anello, quindi versa la salsa caramello e distribuiscile bene subito con una spatola prima che indurisca.
Mentre il caramello si raffredda, lava e taglia le pesche a metà. Rimuovi il nocciolo, poi tagliale a fettine sottili cercando di mantenere la forma della calotta della pesca.
Disponi le fette di pesca sul caramello cercando di coprire bene la base.

PER LA BASE

170 g farina tipo 00 W200 Grandi Molini Italiani
30 g farina di nocciole o mandorle
4 g di bicarbonato
2 g di sale (io uso sale in fiocchi)
mezzo cucchiaino di cardamomo in polvere
1 cucchiaino di cannella
125 g burro morbido
180 g zucchero Dulcita (oppure zucchero di canna chiaro)
2 uova grandi
150 ml di panna da montare leggermente intiepidita 

Per preparare la Torta rovesciata alle pesche e more comincia setacciando la farina, il bicarbonato e le spezie assieme e tieni da parte. Aggiungi la farina di mandorle o nocciole e mescola.
Monta il burro morbido nella planetaria con la frusta flessibile e aggiungi gli zuccheri.
Lavora il composto a medio-alta velocità fino ad ottenere una spuma gonfia. Nel frattempo tempera le uova scaldandole per pochissimi secondi al microonde (o sul fuoco) dopo averle rotte con una forchetta: è sufficiente che siano leggermente intiepidite (circa 28°C).

Torta rovesciata alle pesche e more

Versale lentamente a filo nella massa di burro lavorando sempre a media velocità.
Una volta che saranno completamente incorporate abbassa la velocità, aggiungi le polveri e mescola ancora a bassa velocità per amalgamare il tutto. Per completare, aggiungi la panna a filo. Otterrai un composto molto cremoso.
Versalo sulle pesche e livella bene con il dorso di un cucchiaio.
Inforna a 175°C nella parte medio-bassa del forno per circa 45/50 minuti. Se scurisce troppo copri con dell’alluminio.
Fai la prova stecchino prima di estrarla dal forno.
Una volta sfornata lascia che la Torta rovesciata alle pesche e more perda calore per una decina di minuti.
Rimuovi poi l’anello e lasciala intiepidire, quindi capovolgi su un piatto sollevando delicatamente la carta forno.
Puoi servirla con un ciuffo di panna.

Torta rovesciata alle pesche e more
Torta rovesciata alle pesche e more
Torta rovesciata alle pesche e more

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